
La donna potrebbe essere giustiziata in segreto
Milano, 4 set. (Apcom) - Il suo caso è diventato in poche settimane uno dei simboli della battaglia per i diritti civili contro il governo della Repubblica iraniana. Sakineh Mohammadi Ashtiani è la donna iraniana di 43 anni condannata alla lapidazione, perché colpevole di adulterio e complicità nell'omicidio del marito.
Sakineh recentemente è stata condannata ad altre 99 frustate con l'accusa di diffondere la corruzione e l'indecenza, secondo quanto ha scritto in una lettera aperta pubblicata ieri dal figlio della donna, Sajjad Ghaderzadeh in cui spiega che le autorità della Repubblica islamica hanno imposto questa "nuova barbara punizione" contro la madre a seguito di un errore del Times di Londra che ha pubblicato la foto di una donna islamica senza velo attribuendola a Sakineh. La foto in questione, apparsa sulla prima pagina il 28 agosto, appartiene in realtà a Susan Hejrat, una attivista politica che vive in Svezia.
In seguito ad una campagna internazionale intrapresa in favore della donna, di cui si è discusso anche davanti alle Nazioni Unite, l'esecuzione è stata sospesa. Nel frattempo la comunità internazionale si è mobilitata a 360 gradi per salvare la donna, da oltre quattro anni nel braccio della morte. Anche in Italia di giorno in giorno si moltiplicano gli appelli e le iniziative da parte della politica e della società civile a favore di Sakineh.
Madre di due figli, Sakineh è stata condannata nel maggio 2006 per aver avuto una "relazione illecita" con due uomini ed è stata sottoposta a 99 frustate, come disposto dalla sentenza. Successivamente è stata condannata alla lapidazione per "adulterio" e per complicità nell'omicidio del marito. La pena è stata confermata nel 2007 dalla Corte suprema. La donna è rinchiusa da quattro anni nel braccio della morte della prigione di Tabriz, nella zona nord occidentale dell'Iran. Diversi Paesi, tra cui anche Stati Uniti e Brasile, le hanno offerto asilo per tentare di salvarle la vita; offerta naturalmente respinta dall'Iran, secondo cui gli altri Paesi "non dispongono degli elementi per giudicare la vicenda".
Il 4 agosto scorso la Corte suprema ha iniziato un riesame della condanna alla pena capitale di Sakineh: lo scopo sembra essere solo quello di ridurre la pressione internazionale sulle autorità, cambiando la modalità di esecuzione della condanna a morte. Il 7 agosto Sakineh ha denunciato al quotidiano britannico "The Guardian" che le autorità iraniane starebbero preparando il terreno per giustiziarla in segreto. Dopo la trasmissione in tv della sua 'confessione' di complicità in omicidio, il legale teme che Teheran possa procedere all'esecuzione in tempi brevi.
Ed è di ieri un appello del figlio della donna, Sajjad, 22 anni, che in un'intervista al filosofo francese Bernard-Henri Lévy, chiede al mondo di continuare la mobilitazione a favore della madre. "Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta", ha detto il giovane. L'accusa di complicità nell'omicidio "è una pura menzogna", ha inoltre ribadisce Sajjad. "Mia madre non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto il vero assassino" di mio padre "è libero".







